La centrale nucleare di Chernobyl e lo spaventoso incidente avvenuto al reattore numero 4 nel 1986 sono tra gli argomenti più utilizzati da chi si oppone all’impiego dell’energia nucleare. Negli ultimi tempi alcuni scienziati, tra cui una nota conoscenza, stanno compiendo un vero e proprio revisionismo storico sull’incidente avvenuto nella centrale ukraina, cercando di minimizzare il disastro.
Da un lato è doveroso osservare che la centrale di Chernobyl possedeva reattori di 2° generazione tipo RBMK, i quali si sono dimostrati particolarmente pericolosi, d’altro lato è necessario riflettere sulle conseguenze di un singolo grave incidente nucleare. Al giorno d’oggi i reattori di 3° generazione hanno superato molte criticità e non presentano tali rischi.
Recentemente, Franco Battaglia ha avuto il coraggio di affermare che le vittime siano state addirittura 3 (tre!). Tullio Regge si spinge in un ardito paragone con il disastro del Vajont, dove persero la vita oltre 1900 persone. Ebbene, i due incidenti sono molto diversi e paragonarli solo per il numero di morti è tendenzioso.
Il numero ufficiale delle vittime di Chernobyl, stimato in 50 persone, può essere sorprendente, ma fa riferimento alle morti direttamente collegate all’incidente [1]. Ovvero ai vigili del fuoco che eroicamente hanno domato l’incendio del reattore e hanno ricevuto una quantità di radiazioni letali. E’ molto più problematico stimare gli effetti delle radiazioni negli anni successivi, e stabilire quante persone hanno sviluppato patologie a causa delle radiazioni. Per ottenere questi dati è necessario impiegare strumenti statistici, e correlare il tasso di insorgenza di patologie dopo l’incidente in paragone con quello “normale” della regione analizzata. Se si considerassero solo i morti immediati, allora si potrebbe tranquillamente affermare che il fumo di sigaretta non ha alcuna conseguenza sulla salute, poiché i decessi non si verificano immediatamente, ma da patologie che si manifestano anche dopo decenni.
Il “Chernobyl Forum” (un gruppo di studio dedicato al disastro, su iniziativa dell’IAEA e in cooperazione con OMS, UNDP, FAO, UNEP, UN-OCHA, UNSCEAR, la Banca Mondiale, i governi della Federazione Russa, dell’Ukraina e della Bielorussia) ha stimato che le radiazioni hanno causato circa 4000 vittime dovute a tumori [1][2]. Dal 1992 al 2002 nelle aree interessate dalla contaminazione sono stati diagnosticati più di 4000 tumori alla tiroide in bambini ed adolescenti [2], la maggioranza dei quali sono guariti. A causa della rarità di una tale patologia in quella fascia d’età, una grande parte di essi sono stati causati dall’esposizione a radionuclidi liberati nell’area dall’esplosione e dall’incendio. In particolare, le patologie alla tiroide sono state causate dallo Iodio-131 ed il loro numero è aumentato a causa dalla mancata somministrazione dei farmaci anti-radiazioni alla popolazione.
Per quanto riguarda gli impatti economici, basti pensare che all’inizio del 2000, 14 anni dopo l’incidente, i costi di mitigazione sostenuti dall’Ukraina per le conseguenze del disastro ammontavano al 5% del suo PIL [12].
Gli esperti hanno stabilito che un’area è da considerarsi contaminata se supera il valore di 37 kBq/m2. Esso è il livello di radioattività su area di superficie tale da causare una dose di radiazione accumulata di 1 mSv in un anno. Tale dose è considerata importante dal punto di vista radiologico. In media, una persona riceve in modo naturale circa 2,4 mSv annui di radiazioni [3].
Oltre 200 000 km2 hanno ricevuto una contaminazione da Cesio-137, di cui 300 km2 in Italia [4]. Di essi, circa 3100 km2, situati principalmente nella Federazione Russa, in Bielorussia e in Ukraina, hanno mostrato un livello di contaminazione superiore a 1480 kBq/m2, pari a 40 volte il limite [4].
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Oltre 4 milioni di persone vivevano nelle regioni che sono state contaminate da 1 a 5 volte il livello minimo (da 37 a 185 kBq/m2)
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Oltre 500 mila persone in regioni da 5 a 15 volte (da 185 a 555 kBq/m2)
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Circa 193 mila persone in aree con contaminazione da 15 a 40 volte (da 555 a 1480 KBq/m2) [5]
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Circa 600 mila lavoratori che hanno operato nella zone a seguito dell’incidente (chiamati “liquidatori”) hanno ricevuto dosi di circa 100 mSv.
Nel 2001 in 16 allevamenti si sono registrati livelli di contaminazione nel latte superiori a 500 Bq/l (5 volte il limite) [6].
Le foreste situate nella traiettoria della nube radioattiva sono state contaminate, anche in modo particolarmente elevato. Una regione di 10 km2 attorno alla centrale è stata chiamata “la foresta rossa”, poiché gli alberi di conifere presenti hanno ricevuto una dose di radiazioni superiori a 80 Gy, tali da farli ingiallire e seccare [7]. Gli alberi sono stati rimossi e sepolti per poter farne crescere di nuovi. Un bacino idrico artificiale, di 21,7 km2, che forniva l’acqua per il raffreddamento della centrale, è stato pesantemente contaminato [8]. Nell’area di Khoiniki circa 2000 pecore e 300 cavalli hanno contratto danni cronici da radiazioni [8].
I danni psicologici alla popolazione non sono stati causati solo dal cosiddetto terrorismo ecologico, come sostiene Battaglia, ma dall’evacuazione immediata della vicina città di Pripyat, che aveva 50 mila abitanti ed è ora una città fantasma [9]. Una regione, situata attorno alla centrale, detta “Chernobyl Exclusion Zone” (CEZ), è inabitabile e sono proibite le attività agricole, forestali, di caccia e pesca. Tale regione si estende per 215 mila ettari in Bielorussia, e 265 mila ettari hanno ricevuto una quantità di Cesio-137 pari ad oltre 1480 kBq/m2 e/o Stronzio-90 oltre a 111 kBq/m2 e/o isotopi di plutonio oltre a 3,7 kBq/m2. [10] Nel territorio della federazione russa, circa 17 mila ettari di terreni agricoli sono inutilizzabili e si prevede la ripresa dei pascoli dopo il 2015, e i nuovi insediamenti umani non prima del 2025. Nel 2045-2055 le zone abbandonate dovrebbero tornare alla normalità, grazie a misure per l’abbattimento delle radiazioni [11].
Per questi motivi, la gravità dell’incidente di Chernobyl non consiste solo nell’immediato numero di vittime, ma in una lunga serie di gravi conseguenze dovute alla contaminazione. Tra questi, i morti dovuti a patologie indotte dalle radiazioni, i danni all’ecosistema, i danni economici e il problema del “sarcofago”. Quest’ultimo costituisce la barriera che impedisce alle radiazioni del nocciolo di diffondersi nell’ambiente esterno. Infatti il nocciolo del reattore è ancora all’interno della struttura e, naturalmente, continuerà ad essere radioattivo per millenni. Contiene circa 200 tonnellate di combustibile, tra cui circa 800 kg di plutonio. [12] L’unico sistema per bloccare la catastrofe è stata quella di seppellirlo inizialmente con enormi quantità (in totale 5 mila tonnellate) di composti che assorbono le radiazioni e controllano l’incendio [13], e successivamente costruire la struttura chiamata “sarcofago” per sigillare al meglio il nocciolo. Proprio i vigili del fuoco hanno dovuto spegnere l’incendio e gettare i materiali nel nocciolo incandescente. Le terribili condizioni in cui è stato costruito il “sarcofago” (tali da provocare la Sindrome Acuta da Radiazioni in 134 persone, di cui 28 sono decedute in pochi mesi [23]) hanno impedito la costruzione una struttura ideale. Sono passati ormai quasi 25 anni dall’incidente, e il “sarcofago” ha iniziato da tempo a mostrare problemi. In particolare, la pioggia e la neve hanno contribuito alla corrosione della struttura e alla formazione di crepe [14]. Gli esperti temono il crollo del “tetto” del sarcofago, che liberebbe nell’aria da 500 a 2 mila kg di polveri radioattive [15], e il filtraggio dell’acqua piovana, che entra nel sarcofago e si raccoglie negli ambienti sotterranei della centrale. Nel 1998-99 sono state effettuate delle riparazioni di emergenza. Per contenere le polveri depositate, nel 1990 è stato installato sul tetto del sarcofago un sistema di soppressione delle polveri, che spruzza materiali fissativi (da allora ha spruzzato mille tonnellate di soppressori di polvere) [16]. L’acqua che si raccoglie nella strutture sotterranee della centrale è altamente contaminata, con valori che possono anche raggiungere 3000-5000 Bq/litro [17]. L’acqua non ha fortunatamente raggiunto il vicino fiume Pripyat, ma le cose potrebbero peggiorare se crollasse il tetto.
Complessivamente, è stato compilato il seguente inventario dei materiali all’interno del sarcofago [18]:
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ad alto livello di radioattività: 200 tonnellate di combustibile nucleare, 700 tonnellate di grafite, 38 mila m3 di strutture della centrale contaminate e 22 mila tonnellate di materiali ferrosi
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a basso e medio livello radioattività: da 500 a 1000 m3 di liquidi a medio livello) e da 2500 a 5000 m3 di liquidi a basso livello, 300 mila m3 di materiale dell’edificio e 5 mila m3 di materiali non metallici
Parte dei materiali rimossi a seguito dell’incidente sono stati spostati in vari depositi di rifiuti radioattivi.
Per evitare il pericolo del crollo del sarcofago, è stato costituito nel 1997 un fondo internazionale chiamato “Chernobyl Shelter Fund” con lo scopo di raccogliere risorse per garantire la sicurezza dei resti della centrale. Questo progetto, gestito dalla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (EBRD) e chiamato “Shelter Implementation Plan” [22] prevede la costruzione di una struttura di confinamento sopra all’attuale sarcofago, detta “New Safe Confinement”. Il progetto è stato approvato nel 2004 e nello stesso anno sono iniziati i lavori per stabilizzare il sarcofago esistente [19]. Al termine del 2007 il fondo ha raggiunto la cifra di 739 milioni di euro da varie nazioni (l’Italia ha contribuito con 33 milioni di euro) [20]. La nuova struttura avrà una forma ad arco semicircolare larga 257 metri, lunga 150 metri e alta 105 metri. La costruzione durerà dai 48 ai 52 mesi ed è progettata per durare 100 anni. Il costo totale della struttura è stimato in 1 miliardo e 390 milioni di euro [21].
Note:
[1] IAEA, WHO, UNDP, “Chernobyl: The True Scale of the Accident”, Press Release, 5 settembre 2005
[2] [IAEA-Soc] pag. 16 e [IAEA-Faq]
[3] [IAEA-Soc] pag. 11
[4] [IAEA-Env] tab. 3.2 pag. 23 e fig. 3.5 pag. 24
[5] [IAEA-Env] tab. 3.3 pag. 25
[6] [IAEA-Env] pag. 41
[7] [IAEA-Env] pag. 43
[8] [IAEA-Env] pag. 132
[9] [IAEA-Soc] pag. 17 e [IAEA-Env] pag. 136
[10] [IAEA-Env] pag. 84-86
[11] Le misure dovranno assicurare che la dose di radiazioni per gli abitanti sia inferiore ad 1 mSv annuo.
[12] [IAEA-SIP] pag. 2
[13] [IAEA-Env] pag. 141
[14] [IAEA-Env] pag. 142
[15] [IAEA-Env] pag. 144
[16] [IAEA-Env] pag. 144
[17] [IAEA-Env] pag. 148
[18] [IAEA-Env] tab. 7.3 pag. 153
[19] [ERBD-Time] pag. 2
[20] [ERBD-Time] pag. 2
[21] [ERBD-Time] e EBRD, “Breakthrough for Chernobyl nuclear decommissioning efforts”, Press Release, 17 settembre 2007
[22] vedi [EBRD-Fact] e [IAEA-SIP]
[23] [IAEA-Soc] pag. 14
Bibliografia:
[IAEA-Env] IAEA, Chernobyl Forum Expert Group ‘Environment’, “Environmental Consequences of the Chernobyl Accident and their Remediation: Twenty Years of Experience”, 2006
[IAEA-Soc] IAEA, The Chernobyl Forum: 2003–2005, “Chernobyl’s Legacy: Health, Environmental and Socio-Economic Impacts”, 2006
[IAEA-Faq] IAEA, News Center, Chernobyl: Answers to Longstanding Questions
[IAEA-SIP] IAEA, Chernobyl Shelter Fund, “Shelter Implementation Plan”
[EBRD-Time] ERBD “Chernobyl Shelter Fund – Timeline”
[EBRD-Fact] EBRD “Transforming Chernobyl – The EBRD and the Shelter Implementation Plan”, EBRD factsheet